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21/03/2018

Lavoro, in Friuli la ripresa è lenta. Il manifatturiero stenta ancora

«Una ripresa occupazionale c’è, ma è troppo debole e trainata dai settori dove il lavoro è più sfruttato e meno remunerato». Questa la sintesi del segretario generale della Cgil friulana Natalino Giacomini, alla luce di un’approfondita analisi dei dati Istat 2017 sul mercato del lavoro in regione e in provincia di Udine.
LE CRITICITÀ C’è bisogno non solo di più occupazione, sostiene il segretario, ma anche di occupazione di qualità. «Invece – denuncia Giacomini – continua a crescere la precarietà, effetto di politiche che hanno spacciato la deregulation del mercato del lavoro come l’unica possibile risposta alla crisi: piuttosto è vero il contrario, le aziende che vanno meglio sono quelle dove il lavoro è più pagato e qualificato, e in provincia gli esempi non mancano. Così come non mancano pesanti situazioni di incertezza, anche per aziende importanti, e crisi irrisolte. Penso al futuro di Snaidero alla Mangiarotti, alla Bob Martin, ai tanti posti lasciati per strada da un settore edile che stenta a ripartire e che potrà farlo solo se verrà adeguatamente sostenuto da una politica lungimirante di investimenti pubblici. Ma è indispensabile anche, se vogliamo davvero ripartire, una gestione delle politiche attive del lavoro capace di mettere realmente in rete imprese, centri e agenzie per l’impiego, enti di formazione e università. Solo così potremo migliorare le prospettive di ricollocamento dei disoccupati e riavvicinare i giovani al mercato del lavoro, dando finalmente loro la concreta speranza in un’inversione di tendenza».
I NUMERI Venendo ai numeri, Udine è il territorio che dall’inizio della crisi, cioè rispetto al 2008, fa segnare il numero più alto di posti persi dall’inizio della crisi, che sono oltre 13mila, nonostante un recupero di quasi 2000 nel 2017. «Questo – analizza Giacomini – è dovuto sì a dinamiche demografiche, cioè della progressiva riduzione della popolazione attiva, quella nella fascia di età 15-64 anni, ma è anche il prodotto di altri fattori: su tutti la crisi del manifatturiero, testimoniata dal forte calo dell’occupazione maschile, largamente predominante nell’industria. Gli occupati uomini sono calati sia in termini assoluti, 15mila in meno tra il 2017 e il 2008, sia in rapporto alla popolazione attiva residente, scendendo dal 77 al 73%. Anche sull’aumento della disoccupazione, salita al 6,9% rispetto al 3,9% del 2008, incide soprattutto l’aumento del tasso maschile, schizzato dall’1,5% pre crisi all’attuale 5,5%, mente quello femminile è aumentato di poco più di un punto, dal 7,3 all’8,7%».
LE DONNE. A ridurre in parte la perdita la dinamica opposta dell’occupazione femminile, che rispetto al 2008 vede un saldo positivo di 2000 posti e un tasso di occupazione salito di 4 punti, dal 54 al 58%. «La partecipazione delle donne al mercato del lavoro – commenta ancora il segretario – è inferiore alla media regionale e ancora al di sotto di quel 60% che dovrebbe rappresentare l’obiettivo minimo per un’economia avanzata. In provincia di Bolzano, ad esempio, il tasso di occupazione femminile è del 67% ed è legato, oltre che a un’economia territoriale più florida e alla forte incidenza del turismo, anche a un livello più elevato di welfare che supporta la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro».
I GIOVANI. Tra le note dolenti quella relativa ai giovani: «Non abbiamo dati distinti per età su scala provinciale, ma quelli regionali confermano che il recupero occupazionale riguarda esclusivamente le fasce d’età più alte. È un segnale di tenuta, dopo tanti anni di caduta libera, ma se non riparte l’occupazione giovanile la nostra resta una società condannata al declino. Non solo: dati alla mano il settore più vitale in termini di aumento dei posti di lavoro è il terziario, che è anche quello dove cresce il numero dei contratti atipici, il ricorso al part-time forzato, agli appalti e alle finte partite Iva. Questa tendenza alla precarizzazione va monitorata e richiede, a livello statistico, indicatori più tempestivi e attendibili sulle ore effettivamente lavorate e sulle retribuzioni».