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26/06/2020

“Centro stupri”, ecco perché vogliamo dire la nostra

Fin dal primo momento ci siamo chiesti se valesse la pena di prendere una posizione, come sindacato, sulla brutta vicenda del centro stupri. Inizialmente avevamo pensato che non fosse il caso, riconoscendoci già nelle unanimi condanne arrivate da altri soggetti più titolati di noi a intervenire sul caso in questione, in quanto rappresentanti delle istituzioni, familiari o persone più direttamente toccate dalla vicenda. E anche, lo confessiamo, nella speranza che l’eco di questo inqualificabile episodio potesse spegnersi, perché anche i pessimi esempi, si sa, possono trovare emulatori.
A farci cambiare idea sono i messaggi di sdegno che ci arrivano da tanti iscritti, che si attendono da noi parole che esprimano la distanza tra quanto è avvenuto e i valori che sono fondamento e collante di questo sindacato: il rispetto delle donne e dell’identità di genere, la condanna di ogni forma di violenza, del razzismo, il riconoscerci in quei principi morali, culturali e democratici su cui è sorta e si è costruita questa Repubblica, nata dal rifiuto di quei totalitarismi ai quali fanno invece richiamo, non sappiamo con quanta convinzione o se solo per leggerezza e stupidità, alcuni post dei ragazzi coinvolti.
Ma il danno prodotto non è soltanto morale. A pagare le conseguenze di quanto è avvenuto, forse anche per corresponsabilità che andranno individuate da chi di dovere, c’è anche un’azienda, la discoteca dove le cosiddette “bravate” hanno raggiunto il loro culmine, e i suoi dipendenti, lavoratori e lavoratrici che rimarranno fermi due settimane pagando per colpe altrui. Se non bastasse la gravità delle parole e dei gesti, chi ha fatto e chi ha consentito tutto questo, magari per sottovalutazione o per mancata vigilanza, ha un motivo in più per riflettere sulle cause di quanto è accaduto e per assumersi la sua quota di responsabilità. A partire da chi ne è stato protagonista diretto: avere soldi da spendere, soprattutto di questi tempi, non sempre è un merito, ma è sicuramente un privilegio che andrebbe gestito con intelligenza, misura e senza offendere la sensibilità degli altri. Compresa quella di chi deve segnare la tua prenotazione su un cartellino senza poterti dire quello che pensa di te, perché è abituato a pensare che il cliente ha sempre ragione e per guadagnarsi quello che tu spendi con un ordine deve lavorare e tacere per cinque ore.
Francesco Buonopane, segretario provinciale Filcams-Cgil
Natalino Giacomini, segretario generale Cgil Udine