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12/09/2020

«Più contrattazione per gestire la crisi»

Diciannove milioni di ore di cassa integrazione autorizzate tra gennaio e luglio, una riduzione delle ore lavorate che ha toccato punte del 50% durante il lockdown, un impatto occupazionale attutito dagli ammortizzatori sociali, ma che rischia di deflagrare a fine anno, quando verrà meno la copertura della cassa integrazione per Covid. È il quadro economico e occupazionale della provincia di Udine, che nonostante un’anima fortemente manifatturiera e la buona reazione di alcune aziende chiave, sta pagando un dazio pesantissimo alla crisi da emergenza sanitaria. «Un impatto che sulla base di alcuni indicatori – denunciano i segretari territoriali Natalino Giacomini (Cgil), Renata Della Ricca e Maurilio Venuti (Cisl), Luigi Oddo (Uil) – appare addirittura più pesante rispetto al resto del territorio regionale». Da qui il duplice appello lanciato dai sindacati confederali. Da un lato alle associazioni imprenditoriali, esortate a imboccare con decisione la strada del confronto e della contrattazione, «perché investire sulla tenuta e sulla qualità dell’occupazione è fondamentale per la tenuta economica e sociale del sistema Friuli». Dall’altro alla Regione, «chiamata a un impegno senza precedenti sul versante delle politiche economiche e industriali, per concentrare le risorse pubbliche sui settori e sugli obiettivi in grado di avviare il volano della ripresa».
IL QUADRO. Oltre 19 milioni di ore di Cig autorizzate da gennaio a luglio, pari al 40% del totale regionale; un mercato del lavoro che a livello regionale vede una flessione di 7mila occupati rispetto al primo trimestre; un export che nel primo semestre è calato di 14 punti in regione e di quasi 19 in provincia di Udine; una riduzione delle ore lavorate che, utilizzando come termometro le denunce d’infortunio, ha superato il 50% ad aprile, in pieno lockdown, per ridursi progressivamente fino al 14% di luglio. «Questi – rilevano Cgil, Cisl e Uil – gli indicatori chiave della situazione di una provincia che a fine 2019 evidenziava ancora un saldo negativo di 9mila occupati rispetto ai dati pre-crisi, il peggiore a livello regionale, e che già a fine 2019, quindi prima della pandemia, mostrava già preoccupanti segnali di frenata».
EFFETTO COVID. La crisi da Covid-19 si è quindi abbattuta su una situazione generale già non brillante, «e ha impattato – proseguono i segretari – soprattutto su settori come commercio, appalti e turismo, che stavano sì evidenziando una situazione di incremento occupazionale, ma caratterizzata nel contempo da una crescente precarietà lavorativa e reddituale». Sono gli stessi settori che oggi faticano di più a ripartire e dove spesso non si intravedono, a due mesi dalla scadenza degli ammortizzatori per Covid, concrete prospettive di recupero. La preoccupazione dei sindacati non riguarda soltanto il futuro dell’occupazione quando verrà meno il paracadute della Cig, ma anche un’emergenza reddituale già in atto, in particolare per i lavoratori fermi a zero ore, che subiscono mensilmente un taglio medio di 500 euro in busta paga.
PIÙ CONTRATTAZIONE. Una risposta alla crisi, per Cgil, Cisl e Uil, va cercata innanzitutto nella contrattazione. Sia a livello nazionale, dove 10 milioni di persone, quasi due lavoratori dipendenti su tre, attendono il rinnovo del proprio Ccnl, sia su base territoriale e aziendale, dove la contrattazione integrativa è tuttora poco diffusa e cresce anche la tentazione, da parte imprenditoriale, di affrontare la crisi con scelte unilaterali. «Tendenza – denunciano Giacomini, Della Ricca, Venuti e Oddo  – già evidente nella Confindustria nazionale e che non vorremmo contagiasse anche i vertici provinciali dell’associazione». L’appello, rivolto a tutte le organizzazioni imprenditoriali, è a «riprendere in mano le redini del confronto con il sindacato, seguendo quelle buone prassi che guardano all’obiettivo di una gestione condivisa di questa crisi, come sta già avvenendo in altri territori, sia per quanto riguarda i rapporti con i lavoratori, sia puntando a un indispensabile rilancio degli investimenti. Senza limitarsi a indicare titoli e obiettivi, ma assumendosi anche i concreti impegni che spettano a ogni attore: non solo alla parte pubblica, ma anche alle forze imprenditoriali».
LE POLITICHE INDUSTRIALI La solidità delle relazioni sociali, secondo i sindacati, sarà decisiva anche per poter indirizzare verso analoghe buone prassi e verso obiettivi strategici le scelte di politica economica industriale della Regione: «Gli interventi per la sicurezza idrogeologica del territorio e degli edifici pubblici e privati, le infrastrutture fisiche e digitali, la green economy e il sostegno a innovazione e ricerca sono le leve decisive per sostenere la ripartenza del manifatturiero, vero motore dell’economia friulana, ma anche per garantire a comparti fortemente in crisi come il turismo e il terziario – concludono i segretari – prospettive di recupero e di ripresa più concrete delle illusorie statistiche che abbiamo visto sbandierare nelle ultime settimane».